O R O N E R O

Whenever you find yourself on the side of the majority, it is time to pause and reflect. Mark Twain

Le Americhe come OPEC? Penso no.

Posted by oronero su 26 settembre 2011

Ho appena letto un articolo di Linkiesta, intitolato “Petrolio, il Sud America è il nuovo Medio Oriente” che si basa su un articolo piuttosto tecnonaivista e popolarista di The New York Times, mirato a rassicurare il pubblico americano sul futuro energetico. L’articolo propone una visione molto rosea sulla produzione di idrocarburi in tutte le Americhe, che grazie allo sviluppo di tecnologie nuove e situazioni politiche più stabili riuscirebbero a diventare degli esportatori netti. Soprattutto gli Stati Uniti dovrebbero per l’ennesima volta “ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale”. Come se non fosse il Medio Oriente a essere dipendenti dai dollari.

Nota: i tecnonaivisti sono tutte le persone che ripetono il mantra “le tecnologie nuove ci salveranno dalla crisi energetica” senza rendersi conto che esistono insormontabili problemi di scala. Esiste anche la versione mercatonaivista, cioè la persona che ripete il mantra “il mercato mette a posto il problema con il meccanismo domanda/offerta”. Questi ignorano il fatto che il mercato non è applicabile a risorse naturali finibili essenziali al Business As Usual dell’essere umano.

L’articolo del Linkiesta/NYT inizia con il Brasile, che sta facendo impressione a tutto il mondo con le sue città off-shore e sottomarini nucleari pronti a proteggere investimenti per centinaia di miliardi di dollari. Investimenti che senza dubbio vengono fatti per fare del Brasile non solo un produttore importante, come è già, ma anche un esportatore importante, così dando al Brasile finalmente quel ruolo meritato, secondo i brasiliani, nella politica globale.

Purtroppo per loro possiamo tranquillamente prevedere, guardando numeri e fatti, che il Brasile non diventerà mai un grande esportatore di petrolio, come invece avevo cercato di prevedere in un post di più di un anno fa. Avevo estrapolato la produzione e dati sulle riserve e pensato che tutto sommato dal 2015 per dieci anni il Brasile sarebbe stato un esportatore netto di petrolio.

Forse per un po’ di anni il paese riuscirà a esportare il petrolio, quando Tupi e Libra e qualche altro gigante non ancora scoperto, regaleranno un eccesso. Diciamo che la curva della produzione potrebbe superare il consumo nel 2015. Poi altri 10 anni di surplus di petrolio, e poi basta.

Mi ero sbagliata doppiamente. Prima, perché il Brasile probabilmente non ha mai pensato di esportare petrolio, ma solo prodotti petroliferi. Infatti l’intensa attività nel settore delle costruzioni di raffinerie e infrastrutture per il trasporto di petrolio e la liquidificazione di gas, per non parlare di porti, ci fa capire che il paese aveva pensato che sia i lavori nella costruzione, poi quelli nella raffinazione, nella manutenzione, nella ricerca, nell’esportazione di prodotti specializzati avrebbero dovuto rimanere al Brasile. In questo modo tutti i soldi guadagnati con il petrolio avrebbero creato molti altri lavori, tutti pagati presumibilmente con quel margine economico che viene dalla raffinazione.

Secondo, perché dal grafico (dati EIA) si vede che la produzione di greggio è ancora molto sotto il consumo totale di prodotti petroliferi. Aggiungendo tutti i liquidi, cioè etanolo, biodiesel ed altro, la produzione è di pochissimo più alto del consumo.

Ho appena passato due anni in Brasile. Ho visto con i miei occhi l’esplosione dei consumi di massa, la creazione della nuova classe media e quello che succede a una città come Rio in un paese corrotto e senza pianificazione urbanistica. Loro stessi sono consapevoli che la produzione di petrolio e etanolo basterà malapena al paese stesso. Negli ultimi anni le raccolte hanno sofferto crescenti incidenze di siccità. Il mondo chiede più zucchero che etanolo, il mercato è dopottutto, libero, e così il Brasile è costretto a spendere per l’importazione di etanolo.

Continuando con il Brasile, l’articolo dice che la produzione brasiliana potrebbe presto raggiungere quella iraniana. Va bene, hanno ragione. Ma continuano a ignorare il fatto del consumo. L’Iran produce più del doppio di quanto consuma, anche togliendo gli “altri” liquidi. Mentre Brasile come già detto, fa fatica a produrre abbastanza per quella gigantesca classe media stile occidentale che hanno creato dal nulla, e che gli costringe di importare sia etanolo che benzina.

Se guardo i numeri mi viene difficile pensare che riusciranno mai a esportare abbastanza prodotti raffinati da ripagare tutti quei debiti che stanno facendo con le generazioni future.

Passiamo alla Colombia, il paese più amato del mondo dai propri connazionali. Li la situazione sembra migliore. Colombia non ha mai posseduto tante riserve, e dopo un picco nel 1996 non ci sono stati altri investimenti e la produzione stabile ha diminuite le riserve da 3,5 miliardi di barili a 1,3 del 2010. Ma l’apertura a investimenti stranieri nel 2010 è riuscita ad aumentare le riserve a 1,9 miliardi, ed è probabile che ulteriori investimenti riusciranno a trasformare altre risorse in riserve sfruttabili.

Per quanto riguarda il consumo, il paese si sta ancora comportando da terzo mondo. Negli ultimi dieci anni il consumo è aumentato di soli 7%. Si può tranquillamente prevedere, ora che il paese si avvicina a un modello occidentale, che gli investimenti stranieri e la stabilità politica faranno esplodere i consumi di prodotti petroliferi. L’articolo citato paragona poi la Colombia con la Libia pre-bellica, dicendo che entro pochi anni la Colombia raggiungerà i livelli di produzione del paese africano. Visto che si trova ancora poco sopra il livello di produzione del 1998, cioè intorno ai 900mila barili al giorno, dovrà aggiungerci il 100% ca di produzione. Cioè deve raddoppiarla. Questo in un paese dove mancano le università, le scuole tecniche, le infrastrutture, il know-how che i vecchi paesi produttori hanno messo decenni a costruire.

Giocando con i numeri possiamo indovinare quanto basterà il petrolio colombiano. Diciamo che ottimisticamente raddoppiano le riserve a 3,8 miliardi di barili. Diciamo che producono stabilmente 1 milione al giorno (oggi ca 900 mila), cioè 365 milioni all’anno. 3,8 miliardi / 365 milioni = 10 anni di produzione. Non esattamente un futuro energetico a lungo termine.

L’articolo parla certamente anche del Venezuela e del Canada, entrambi provvisti di enormi quantità di petrolio non convenzionale. Nel contesto petrolifero, il “non convenzionale” significa petrolio molto pesante e molto difficile da estrarre o produrre. Si tratta degli scisti bituminosi – sfruttabili solo dal 2004 ca quando il prezzo del petrolio ha cominciato a salire, e delle sabbie bituminose – sabbia misto con argilla che può essere raffinato in un petrolio sintetico. Entrambi hanno costi di produzione altissimi.

Dal WEO2008:

The cost of exploiting remaining conventional resources typically ranges from $10 to $40 per barrel, while exploitation of oil sands costs between $30 and $80. EOR costs vary between $10 and $80 per barrel and oil shales from $50 to well over $100.

Canada ora sta producendo intorno a 3,5 milioni di barili al giorno, il Venezuela ca 2,3 milioni. Il Canada è una democrazia trasparente, aperta da sempre a investimenti stranieri, con ottime università e infrastrutte, ma farà fatica a raggiungere i 4 milioni di barili al giorno. Da The Economist:

Non c’è da meravigliarsi quindi che la dittatura disastrosa di Chavez negli ultimi anni è riuscita a diminuire la produzione di petrolio in Venezuela, mentre comunque il consumo aumentava. I vecchi giacimenti di petrolio convenzionale sono in declino inarrestabile, e ci vorranno più di 3 miliardi di dollari d’investimento all’anno solo per farli produrre la stessa quantità ancora per qualche anno. Il famoso bacino Orinoco, casa di 500 miliardi di barili di petrolio molto pesante, riesce ora a produrre solo ca 200mila barili al giorno. Per la fine del decennio la produzione dovrebbe raggiungere i 2 milioni, che però non compenseranno la perdita di produzione del petrolio convenzionale.

In nessun modo possono diventare game changer a livello mondiale, questi nuovi sviluppi . Possono soltanto tenere in piedi ancora per qualche decennio una loro propria crescita economica, ma senza grandi effetti positivi sul vecchio continente, almeno che non riescano davvero a togliere tensione dal Brent.

Oltre a quello potrei vedere altri due lati positivi. Il primo è che i nuovi mercati sudamericani apriranno ad altri possibili investimenti nel settore petrolifero. Per chi voleva rimanere in ambito democratico e stabile prima c’era solo il Canada, gli Stati Uniti e il Mare del Nord. Africa e Medioriente non sono mai stati alternativi per chi non ama i rischi.

Il secondo è che ci sono almeno due paesi sudamericani, il Brasile e il Colombia, che avranno bisogno di immense quantità di ingegneri stranieri. Una stima per il Brasile è di 8 milioni di personale tecnico nei prossimi 10 anni, persone che non si trovano in Brasile. Colombia non è messa meglio. I giovani europei con formazioni tecnico-scientifiche potrebbero rifare il viaggio fatto già dai pro-zii cento anni fa per trovare lavoro senza problemi.

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12 Risposte to “Le Americhe come OPEC? Penso no.”

  1. [...] da Oronero: [...]

  2. sinbad said

    Come sempre un’analisi molto lucida. Grazie. ciao sinbad

  3. Fabio said

    la “dittatura disastrosa” credo di aver letto e sentito che in realtà è una democrazia con regolari elezioni.

    • oronero said

      Ti da fastidio la parola “dittatura” o la parola “disastrosa”?
      Comunqe il sistema elettorale venezoleno comprende un sistema computerizzato non-anonimo (sviluppato dalla Olivetti) dove la stessa persona può addirittura votare più volte.

  4. Nel periodo 2000 – 2010 in Brasile la domanda di energia è cresciuta del 38,8%; la popolazione del 12,4%. In effetti sono diventati mediamente più ricchi, non c’è che dire. Quanto potrà durare?

  5. medo said

    Ottime valutazioni come sempre. Torno da alcuni giorni in Finlandia ed Estonia, soprattutto nel paese baltico ex-sovietico (occupato, dai russi) ho potuto capire cosa accade DOPO l’abbondanza energetica (per lo più sprecata in generazione elettrica per industria militare russa ed industria cementifera). L’Estonia dopo la fine dell’URSS ha avuto gravi problemi a trovare una via, poi si è trovato il modo per continuare a produrre energia dai propri giacimenti petroliferi di periodo ordoviciano… Ma si tratta di petrolio non convenzionale, ovvero di inquinantissimo e cattivo lavoro estrattivo di scisti bituminoso (“oil shale”), con un ratio considerato ottimo di prodotto per tonnellata di minerale: 40 litri di greggio per tonnellata di roccia estratta. Cioè: comunque un lavoraccio per un greggio inesportabile. Il picco produttivo di scisti per l’Estonia è del 1980 con 31 mln tonnellate annue, la gran parte bonificata subito e bruciata per produzione energia elettrica e solo una piccola parte (circa il 10%) produce vero e proprio distillato “shale oil”, col quale produrre raffinati ulteriori (a costi elevatissimi)… L’Estonia è ora un paese moderno, dove tutti gli under 35 (tranne i russi, emarginati) parlano inglese ed usano il computer senza problemi, ma dopo la “bolla” degli anni 2000 sulla new economy e le liberalizzazioni di ogni settore, i salari medi sono di nuovo scesi sotto i 300 Euro al mese mentre gli affitti sono schizzati sopra i 300 Euro al mese condannando gli estoni alla promiscuità abitativa o al ritorno presso i genitori (poveri). Nonostante la produzione di scisto copra il fabbisogno elettrico del paese, non si trova comunque il bandolo della matassa per far rinascere il paese. Succederà anche al Brasile, che dalla sua ha tuttavia una grandissima fertilità di suoli ed un clima favoloso (fertilità e suoli per tutti, ok, ma fino a quando?).

    • sinbad said

      Una domanda. Com’è la condizione dei terreni sfruttati? Sono stati riconvertiti?

      • medo said

        Sono stati piantati milioni di alberi, più che altro pino silvestre e ontano comune. Non ho fatto il tour dell’entroterra e tanto meno mi sono azzardato nelle ex-cave di scisto (hanno più la sembianza di cave di ghiaia per un occhio inesperto), ma una cosa è certa: le cittadine attorno, che di estrazione vivevano, sono orrende ed invivibili. Narva, una delle più popolose, ha una disoccupazione a doppia cifra da anni ed i giovani, soprattutto gli “emarginati” russi fanno i venditori di benzina e sigarette che comprano a prezzi stracciati in Russia e rivendono in Estonia che ha costi impossibili per i carburanti (1,30 € al litro sia per gasolio che benzina ma salario medio è un terzo rispetto che in Italia a Tallinn e un quarto di quello italiano nel resto del paese).

    • Degli estoni mi ricordo la cucina e le foreste; suppongo che torneranno a far legna nei boschi. Detta così sembra brutta, ma dobbiamo ricordare che hanno una densità di popolazione bassissima (meno di 30 ab/kmq!). Se sono furbi e si tengono stretti i ventoloni installati sulla costa baltica se la caveranno. E amen per gli scisti. Noi latini rischiamo di finire ben peggio, in questo pollaio sovraffollato che ci siamo creati.

      • medo said

        Si sono fottuti la pesca per “overshoot”, le migliori terre per la coltivazione (zone paludose) sono diventate cave di scisto, resta tantissimo legname, di cui purtroppo molto ha assorbito il Cesio radioattivo di Chernobyl, non va dimenticato… Anzia siamo in pieno del ciclo trentennale. Quindi mentre ti riscaldi la casa o fai il barbecue, in omaggio c’è la morte lenta. Ma la vita non è altro che una morte lenta. Cosi come il fuoco non è che una rapidissima ossidazione e la fertilità dei suoli una lentissima cottura dei nutrienti del suolo, etc.

  6. Pinnettu said

    Che poi, basta guardare i numeri ufficiali sulle riserve (che magari sono pure sovrastimati) per rendersi conto dell’impossibilità del sud america di aspirare ad essere un secondo medio oriente.

    L’ultimo Statistical Reviw della BP indica per il 2010 riserve provate pari a 239,45 miliardi di barili per tutto il sud america. Di queste però ben 211,2 sono riserve venezuelane che in buona misura sono costituite da scisti bitumosi. Insomma, riserve costituite in buona parte da robaccia.

    Di rilievo invece la situazione negli USA.
    In post picco da ormai 40 anni, hanno aumentato la loro produzione totale dal minimo storico di 8,3 milioni di b/g del 2005, agli attuali 9,8 milioni.
    Atteso che, nello stesso periodo, la produzione di greggio convenzionale è aumentata di circa 0,5 milioni di b/g, significa che hanno messo in produzione circa 1 milione di b/g di greggio non convenzionale in cinque anni.

    Dalle statistiche dell’EIA, sembrerebbe trattarsi perlopiù di gas to liquid, anche se probabilmente vi è una certa percentuale di shale oil.

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