O R O N E R O

Whenever you find yourself on the side of the majority, it is time to pause and reflect. Mark Twain

Senza la Libia?

Posted by oronero su 20 febbraio 2011

Su Al-Jazeera ci sono decine di video con testimonianze sulla rivolta della Libia contro Gheddafi. Tripoli sarebbe ancora tranquilla mentre invece le città di Benghazi e al-Baida, dove c’è molto meno supporto per Gheddafi, forse sono già nelle mani dei manifestanti. Non si riesce a sapere con esattezza perché Internet è stato spento, giornalisti stranieri sono vietati, giornalisti libici non possono andare a Benghazi, e anche la rete di telefonia mobile è stata spenta in una parte del paese. I numeri ufficiali dicono 200 morti.

Mi sembra che fino a giovedi 17 nessuna stampa accennava alla Libia, ma forse doveva essere il primo paese che ci veniva in mente dopo la rivolta in Egitto. The Economist nel suo Arab League Index of Unrest ha messo Libia al secondo posto dopo il Yemen.

Per creare il grafico hanno dato pesi diversi a vari fattori: 35% per la popolazione sotto i 25, 15% per gli anni del attuale governo, 15% per la corruzione, 10% per il PIL/capite, 5% la censura, e poi ancora una volta, 5% per il numero assoluto di persone sotto i 25.

Il paese conta come ricco con uno dei PIL pro capite più alti in Africa, con già 6 anni di timide reforme alle spalle, con programmi di sicurezza sociale e per l’educazione, e quindi nessuno se n’è preoccpato più di tanto in questi giorni. Ai libici non doveva mancare il pane, è questo il punto.

Per la popolazione libica il punto invece è che tutta quella ricchezza del petrolio non lo ha mai raggiunto. Un perfetto esempio di “La storia si ripete”. Nel 1969 il Re Idris è stato rimosso da Gheddafi proprio perché accumulava tutta la ricchezza petrolifera in chissà quale conto svizzero di sua scelta, mentre il paese è rimasto nel medio evo. 41 anni di Gheddafi non hanno cambiato molto, i ceti più bassi non hanno visto aumentare il tenore di vita, hanno solo cercato di aumentare il loro tenore di vita, perdendo lungo la strada il vecchio modo di vivere da nomadi e le loro tradizioni.

Secondo il CIA factbook la disoccupazione è del 30% ormai, che facilmente si traduce in 40% di disoccupazione giovanile, quindi migliaia di giovani uomini molto arrabbiati. Uomini che fino a 60 anni fa sarebbero vissuti nel deserto come nomadi. Solo 2% della popolazione è rimasta nomade.

L’età mediana è di 24 anni, quindi metà della popolazione è sotto i 24 anni, e la popolazione cresce a più di 2 % all’anno. Nel 2010 erano 6.700.000.

La piramide demografica è quella critica, dove le fasce di età di uomini giovani superano di tanto le fasce più anziane, dove conto anche i padri di famiglia che sono probabilmente molto meno propensi a farsi sparare in piazza.

Gheddafi quando ha preso il potere ha seguito parola per parola il manuale del dittatore, nazionalizzando il petrolio, tanti altri interessi commerciali, messo sotto i media, creato la brutalissima polizia segreta.

Ora il paese è nelle mani di quella polizia segreta, che da 5-6 giorni continua a sparare ai manifestanti nella città di Benghazi, proprio dove Berlusconi nel agosto 2008 ha firmato l’accordo con Gheddafi di pagare 5 miliardi di euro per compensare per l’occupazione militare finita 60 anni fa. Ci sono notizie che la polizia ha rilasciato persone dalla prigione, pagandoli per lottare contro i manifestanti.

Sembra che i manifestanti erano riusciti a prendere il controllo della città di Benghazi, ma che la polizia gheddafiana ha promesso di colpire con “durezza e violenza” contro ogni tentativo di surrezione. È arrivata una notizia che i manifestanti abbiano impiccato due poliziotti. I primi morti erano 15, ma la polizia ha aperto fuoco anche contro le persone che erano andate ai funerali.

Gheddafi nei giorni precedenti aveva pronunciato dolore per la sorte di Ben Ali, dicendo che Ali avrebbe comunque lasciato il governo nel 2014: “La Tunisia ora vive nella paura”. Ora penso che sia Gheddafi che vive nella paura.

E forse anche le autorità italiane. Perché la relazione italiana con la Libia può solo essere descritta come “strategica”. Nessun altro paese fornisce così tanto petrolio all’Italia, e la Libia è responsabile del 2% delle esportazioni mondiali. L’Italia si prende una parte notevole di questo petrolio, importando il 25% del fabbisogno petrolifero dalla Libia. Italia nel 2009 ha consumato 1.580.000 barili al giorno, di cui 22% arrivavano dalla Libia, quindi ca 347.600 barili al giorno. La Libia nel 2009 produceva 1789 Kb al giorno, esportando 19% della produzione in Italia. Per il 2010 mancano ancora i dati EIA per gli ultimi tre mesi di produzione, ma l’Unione Petrolifera da la quota libica di petrolio a 25%.

Ca 73 milioni di tonnellate consumate nel 2010, equivalenti a 1.466.000 barili al giorno, di cui 366.500 barili libici al giorno. Un aumento di 5,6% rispetto al 2009. Mentre l’Italia negli ultimi 10 anni non ha mai consumato così poco come nel 2010, il paese è riuscito a rendersi ancora più dipendente dalla “Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya”.

Al secondo posto per esportazioni in Italia, il politicamente instabile Iran, e poi la Russia:

Insomma, una serie di paesi poco democratici, e molto instabili, sono responsabili per il BAU – Business As Usual italiano. Se l’esportazione libica viene interrotta, non ci saranno tanti fornitori alternativi. Ognuno sta già producendo al massimo della capacità, le proprie popolazioni crescono e richiedono sempre più energia, e tranne qualche eccezione le curve dell’esportazione puntano in giù.

Per quanto riguarda la produzione libica, sembra che regga ancora. Dopo che le sanzioni contro il paese sono state tolte completamente nel 2006 il settore energetico ha visto un afflusso di investimenti destinati ad aumentare la produzione a 3 milioni di barili al giorno nel 2012. Non credo che ce la faranno a raddoppiare la produzione, perché si intravede già tra il 2006 e il 2008 un rallentamento della crescita della produzione, nonostante i prezzi del petrolio furono in forte aumento.

La Libia non è immune all’export land model: Sembra che le due curve si seguono perfettamente, ma difatti la produzione dal 1981 è cresciuta di 52%, l’esportazione solo di 43%.

Per l’esportazione libica non esistono dati credibili, quindi ho preso la produzione meno il consumo come approssimazione. Questo gap tra produzione e esportazione potrebbe allargarsi ancora, se la popolazione e di conseguenza l’economia cresce più velocemente della produzione. A un certo punto la produzione di petrolio diminuisce, senza che lo faccia anche il consumo. Le esportazioni crollano, e con questo anche gli introiti dello stato.

Sono convinta che il consumo interno verrà spinto in su non solo dalla nuova industria chimica o metallurgica, o dal semplice aumento della popolazione. I prezzi degli alimentari nel mondo sono aumentati così tanto in un solo anno, che anche un paese relativamente ricco coma la Libia, che importa il 75% degli alimentari, deve pensare come produrre più cibo localmente. Per la Libia il grande problema è l’acqua, e sicuramente ci sono programmi di desalinizzazione sull’agenda. Perfettamente realizzabili, estremamente urgenti, ma con enormi consumi di energia.

Se guardiamo le riserve, la Libia continua ad aumentarle. Impossibile sapere se i numeri sono giusti o no. Con i dati forniti da loro il Reserve Life Index della Libia sarebbe più di 60, al ritmo di estrazione di oggi.

RLI crescente addirittura, nonostante il paese dovrebbe essere abbastanza maturo per quanto riguarda giacimenti trovati. C’è la tipica sconnessione opechiana tra produzione e riserve, la produzione è cresciuta ca 50% dal 81 (0% se conto dal 80), mentre le riserve sono cresciute quasi 100%.

L’ENI è presente in Libia dal 1959, e ha contratti per rimanerci fino al 2042 (petrolio) e 2047 (gas). L’azienda ha investito miliardi nei giacimenti libici, quindi l’Italia è addirittura riuscita ad aumentare l’importazione dalla Libia. Leggendo sul sito Libia dell’ENI imparo che il futuro sarà più complicato:

Area A, dal 1984: “Per i prossimi anni è stata pianificata un’intensa attività di esplorazione per valorizzare il potenziale residuo dell’area.”

Area B, da 1972: “È in corso un’intensa attività di perforazione di pozzi di infilling per il recupero del potenziale minerario residuo del giacimento.”

Area C, dal 1988: “Sono in corso studi per lo sviluppo delle riserve residue del giacimento attraverso attività di perforazione nell’area occidentale del reservoir.”

Area D, recente: In pieno sviluppo. Tra l’altro esporteranno 18 miliardi di metri cubi di gas verso l’Europa.

Area E: Il famoso Elefante, che verrà sviluppato insieme alla Gazprom. Ma “Sono in corso le attività di mantenimento del plateau produttivo che prevedono l’applicazione di tecniche di recupero assistito (water injection).”

Area F: In sviluppo. “Il programma prevede anche la fase successiva a quella di natural depletion con l’applicazione delle tecniche di recupero assistito (Water Alternative Gas Injection) per mantenere la capacità produttiva.”

Tutto sommato sembra che i giacimenti di partecipazione ENI sono ancora produttivi, ma con rare eccezioni nella seconda fase, dove bisogna usare tecnologie aggiuntive e molto costose per continuare a estrarre.

Per ora Scaroni è convinto che la situazione libica è sotto controllo e che ENI non avrà bisogno di interrompere le operazioni. Si vede che si fidano che la polizia di Gheddafi riesca a tenere tutto sotto controllo.

Il benessere petrolifero della Liba viene investito nel Libya Investment Authority (LIA), il sovereign wealth fund fondato a Tripoli nel 2006 con 40 miliardi, ora di 70 miliardi di dollar, che dovrebbe aumentare il peso della Libia nel mondo, ma soprattutto in Africa, tramite il Libyan African Investment Portfolio. Il SWF pubblica una specie di index, chiamato il Linaburg-Maduell Transparency Index, che per la Libia sarebbe 2. Il massimo è 10 Un “2” significa che in realtà fuori dalla Libia non si sa niente sugli investimenti del fondo. Per quanto ne so potrebbero anche comprare bond italiani e farsi pagare le importazioni dall’Italia con gli interessi pagati dall’Italia.

Ricordiamoci che il petrolio in Tunisia non viene prodotto, in Egitto viene prodotto solo abbastanza per il consumo nazionale, e anche se ci passa nel canale può prendere altre strade. La Libia invece è un fattore chiave per l’Italia. Un paese che ha 100 anni di storia in comune con il vecchio stivale, dove ancora oggi vive una grande comunità italiana, che riceve il 20% dell’esportazione italiana, vendendo all’Italia 20% del petrolio prodotto. La stampa italiana dovrebbe occuparsene molto oltre ai commenti sul numero di morti.

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5 Risposte to “Senza la Libia?”

  1. andreaX said

    Cosa succederebbe all’italia se all’improvviso le forniture di petrolio e gas dalla Libia si interrompessero?, non mi sembra un ipotesi così campata in aria.
    Nient epiù gas per scaldarsi d’inverno?, benzina alle stelle?.

    • oronero said

      Non ci sarà una guerra civile. Gheddafi, a differenza di Mubarak, ha anche represso il militare. In Egitto esiste una struttura militare sviluppata, con esponenti conosciuti a tutti, mentre in Libia esiste solo Gheddafi e suo figlio fighetto Saif. Una volta rimosso Ghedaffi (e su questo non ho dubbi), ci sarà un vacuo di potere. Ci vorrà molto più tempo che in Egitto per ricreare un alternativa al governo.
      Purtroppo Gheddafi prima di andarsene potrà distruggere ancora molte vite.

  2. sinbad said

    ottimo post…sta diventando un’abitudine…buon lavoro!

  3. Fabrizio73 said

    Per chi ha voglia di vedere quanto petrolio importiamo dai vari paesi lascio questo link

    http://dgerm.sviluppoeconomico.gov.it/dgerm/bollettino/2010/trimestre1/pagina8.htm

  4. ANDREA said

    Non ci resta che mandare i nostri soldati iin LIbia a difendere il nostro socio Gheddafi

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